A proposito di immigrazione e lavoro, confrontandomi con le cosiddette opinioni comuni, apprese navigando in internet, ascoltando la gente, osservando programmi e approfondimenti in tv, leggendo giornali etc., ho avvertito una zona cieca in cui i ragionamenti espressi paiono non spingersi di frequente . Ad esempio, con troppa (e forse intenzionale) superficialit vengono affrontate tematiche e fatti di cronaca riguardanti questi argomenti. Si pu dunque sentir spesso, troppo spesso!, parlare di immigrazione e frontiere europee semplicemente stilizzando i tratti di una battaglia culturale da dividersi tra pro e contro integrazione e multiculturalit. Pare giocarsi tutto qui, allora, tra chi odia o solamente impaurito dai giargianesi (come spregiativamente vengono definiti dalle mie parti, nel bresciano) e chi invita alla tolleranza e alla fusione multiculturale. Insaporiscono il tutto, inoltre, occasionali motivi compassionevoli che opinionisti di buon cuore sfoderano per denunciare caritatevolmente lo sfruttamento della manodopera straniera, limitando per tali battaglie spesso solo in concomitanza con accadimenti mediaticamente salienti, quali rivolte e disgrazie individuali mutate in cosiddetti casi-umani.
Sia chiaro, lo sfruttamento esiste, ed anzi mediaticamente e comunemente straordinariamente sottovalutato: credo per ci sia molto spesso una falla nelle modalit dialettiche di chi si appresta a denunciarlo.
Per spiegarmi, a scanso di equivoci, partir da un esempio concreto: in molti avrete sentito parlare, recentemente, di una scandalosa sentenza di risarcimento che assegn alla famiglia di un operaio albanese morto sul lavoro qui in italia un risarcimento di 30 volte inferiore a quello previsto per i caduti italiani. La fumosa giustificazione fornita dal giudice, Salvetti, faceva riferimento al minor costo della vita in Albania (che, peraltro, per esperienza personale tutto da verificare, poich data linflazione galoppante i prezzi albanesi hanno gi quasi raggiunto quelli del nord italia), asserendo insomma che una cifra maggiore avrebbe costituito un immeritato arricchimento per la famiglia l residente. Una sentenza senzaltro dubbia, che puzza anche di losco, che si palesa come ingiusta e ipocrita (sarebbe stato infatti applicato lo stesso criterio di proporzionalit se loperaio morto fosse stato monegasco o degli Emirati Arabi?) e che senza dubbio scuote lemotivit di molti.
Ci la rende adatta a catturare lattenzione mediatica, ma non basta tuttavia ad una vera sensibilizzazione dellopinione comune, che sia duratura e profondamente radicata nelle coscenze. Per questo occorreva compiere un passo in pi: se infatti ci si limita a presentare ci esclusivamente dal punto di vista della tragedia umana, implicitamente la vicenda si delinea come un problema di sola compassione civile, ovvero lapprocciarsi ad esso e al problema dello sfruttamento scivola nel mucchietto delle buone azioni quotidiane e non viene dunque avvertito dalla grande maggioranza come unurgenza, una necessit e una minaccia per il benessere di tutti, noi stessi compresi. A mio parere, infatti, perch tali tematiche siano interiorizzate e avvertite profondamente dal grande pubblico, occorre che si rendano esplicite le pesanti implicazioni per la vita di tutti (e unque non solo degli immigrati, non solo di altri) insite in queste vicende. Nello specifico di questo esempio, ho visto ben pochi opinionisti focalizzare lattenzione sul fatto che questo precedente crea unalibi alle industrie per assumere sempre pi immigrati da sfruttare (ancora di pi!) a minor rischio e che, soprattutto, di conseguenza fornisce un elemento di ricatto per tutti i lavoratori (non solo loro, ma anche io, tu, mio figlio, tuo figlio) che possono essere spinti ad accettare ritmi e condizioni di sicurezza e salariali sempre pi infimi, pena: soccorrere sotto la concorrenza della manodopera a basso rischio.
Come in questa particolare vicenda, lo stesso paradigma si pu applicare in moltissimi altri casi di cronaca, se non addirittura al problema dellimmigrazione in toto, al di l sia della retorica ignorante tipica del leghista da bar, sia del buonismo infante di alcuni discorsi bourgeois-bohme che paiono strutturati per colorare atmosfere, pi che per mutarsi in concreto. Occorre far notare pi spesso che i danni che questo tipo di capitalismo (delocalizzatore, sregolato, affamato, cannibale) infligge in ogni angolo deuropa (se non del mondo) non sono privi di ripercussioni. Bisogna ribadire e ribadire che non si tratta di ispirare compassione e carit, ma di risvegliare gli schiavi.
Sia chiaro inoltre che non intendo certo affermare che un fatto riguardante altri sia meno importante di un fatto riguardante noi stessi! Mi limito a constatare e a sfruttare un meccanismo (che pur non mi pare affatto degno di merito) naturale, soprattutto nella nostra collettivit cos parcellizzata e individualista. Parlo insomma considerando una mera strategia comunicativa, non occupandomi di giudizi di valore e moralit.
E (purtroppo?) vero, infatti, che lessere umano generalmente aiuta il suo prossimo solo a condizione di non rimetterci troppo, e ci ancor pi reale in una socet come la nostra nella quale la solidariet e il senso di comune appartenenza sono cos disgregati da riaffiorare solo limitatamente ad occasionali proclami e fanfaronate. Ognuno ha i propri rischi, oggigiorno, ognuno ha le proprie preoccupazioni e non bada a quelle altrui. Il compito di unefficace sensibilizzazione, allora, di far affiorare la trama comune che lega le micro-disgrazie individuali alle macro-disgrazie globali.
Solo cos si compie il salto che divide la carit (sterile e a buon mercato) dallimpostazione di una lotta che abbatta alla radice lintero leviatano.